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“Non vogliamo vivere una vita condizionata dagli attentati”
Carpi | 15 Giugno 2017

“Viviamo in un mondo dove il fenomeno migratorio è all’ordine del giorno: anche molti studenti e disoccupati italiani vanno in altri paesi alla ricerca di un futuro migliore, ma noi non permettiamo agli stranieri di fare lo stesso”, sottolinea la ventenne carpigiana Alice dopo i recenti attentati in Inghilterra.
Le opinioni sul terrorismo di matrice islamica sono contrastanti: “gli immigrati vengono qui per bisogno. Il fenomeno è inarrestabile e, in quanto tale, è impensabile riuscire a fermarlo: dovremmo cercare di dare un’opportunità a chi entra nel nostro Paese così come è stato per gli italiani in America negli Anni ’20”, spiega la diciassettenne Eleonora, a cui fanno eco le parole della coetanea Anna, “in Italia siamo troppo permissivi. Dovremmo mettere dei limiti. Va bene l’accoglienza ma non si può sfuggire al tema del controllo: una volta dentro, gli stranieri devono essere tenuti d’occhio”. Controllo è una parola ricorrente: “potremmo usare il metodo che hanno adottato in altri Paesi – spiega il diciassettenne carpigiano Niccolò - se si vuole rimanere qui occorre trovare lavoro, altrimenti si torna a casa. Ovviamente, per far questo, c’è bisogno dell’aiuto dello Stato”. “Non bisogna agire come alcuni Stati - aggiunge il diciassettenne Mattia - che hanno chiuso le frontiere e hanno adottato una politica di chiusura, allontanando i profughi”. Il timore di attacchi pare però non condizionare troppo la vita dei ragazzi e molti di loro continuano a partecipare a concerti e a grandi eventi: “non voglio vivere una vita condizionata dagli attentati e non ho alcuna intenzione di assecondare questi criminali”, afferma la carpigiana Rebecca. Molti non lasciano che il proprio  futuro sia compromesso e coltivano il desiderio di andare in Erasmus o di lavorare all’estero. Altri, invece, come Antea e Anna, preferiscono recarsi solo in luoghi sicuri ed evitare paesi a rischio, anche se in realtà chi può dirsi al sicuro? “Non ho paura a viaggiare e non mi faccio influenzare in alcun modo. Potrebbero fare un attentato in qualsiasi Paese, là come qua”, sostiene Rachele.  A spaventare la maggior parte dei ragazzi intervistati non è tanto l’attacco in sé, quanto il timore che amici e famigliari possano restarvi coinvolti e, allo stesso tempo, a destabilizzare è la consapevolezza che a compiere questi atti vigliacchi siano, spesso, nemici invisibili: chiunque potrebbe celarsi dietro a un attentatore. “Non possiamo pensare che solo gli stranieri sui barconi siano terroristi – spiega Alice - potrebbero esserlo anche i passeggeri della compagnia aerea Emirates…”. “Per quanto ne so potrebbe essere anche il mio vicino di casa”, aggiunge Rebecca. Il fatto è che tutti potrebbero essere kamikaze pronti a farsi esplodere o a usare un’auto come ariete e si tende a generalizzare. “Per me dovrebbero restare nel loro paese d’origine se devono venire per fare degli attentati”, sostiene Alice S., mentre al contrario Rachele ribadisce come “gli immigrati non siano tutti terroristi, bensì prima di tutto uomini e, in quanto tali, dovrebbero essere trattati”.  Entrare nella mente delle persone è impossibile e pensare che il proprio amico - tutti i ragazzi conoscono o hanno un legame con coetanei stranieri - possa essere un potenziale terrorista è inaccettabile. Il nemico da combattere però, per alcuni, non è solo il terrorismo ma anche chi dovrebbe fronteggiarlo: “onestamente sono più spaventata da quello che potrebbe fare Donald Trump con le sue bombe nucleari… Temo si stia davvero esagerando su entrambi i fronti”, asserisce Matilde. La questione è complessa e certamente spinosa, il clima di incertezza legato ai frequenti attentati incide sul nostro pensiero, “l’opinione che abbiamo sui musulmani, cambia. Succede anche a me, sebbene non lo voglia”, ammette Antea.
Gaia Giovanoli

 

 

 

 


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