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Terrorismo: educare alla gestione del panico
Carpi | 15 Giugno 2017

Viviamo un tempo contrassegnato da una crescente incertezza. Destabilizzati da continui attacchi terroristici, veri o presunti che siano, aumenta la paura e basta un nonnulla per scatenare il panico. Quanto accaduto in Piazza San Carlo a Torino, durante la finale di Champions, incarna perfettamente la psicosi da attentato che serpeggia strisciante tra la gente.  “A Torino sono stati fatti numerosi errori - spiega il dottor Manlio Caruso, presidente della Fondazione Astrea, specializzata in cybersecurity e human intelligence - il luogo era particolarmente pericoloso poiché privo di vie di fuga e la sicurezza all’entrata della piazza non ha funzionato o non è stata prestata la dovuta attenzione. In piazza non si poteva entrare con bottiglie di vetro ma sta di fatto che già dalle prime ore del mattino vi erano abusivi che vendevano bevande in vetro. La caduta della ringhiera durante la manifestazione sportiva, in un periodo sconvolto da numerosi attacchi terroristici, è bastata a scatenare il panico. Ricordiamoci, infatti, che il terrorismo mira a  suscitare nelle persone emozioni negative come paura, angoscia… l’obiettivo è l’inibizione delle attività, la riduzione dei comportamenti sociali: un modo per condizionare, controllare e limitare i comportamenti attraverso la suggestione emotiva. Il fenomeno del terrorismo deve essere valutato anche - e soprattutto - nei suoi tratti psicologici. Non dimentichiamo che sin dalla notte dei tempi, violenza e paura sono state usate come tecniche di pressione e controllo”. A differenza del passato, oggi il terrore può però contare su un mezzo potentissimo: la Rete. “Il terrorismo oggi corre sul filo dei mezzi di comunicazione di massa e dei social. La sua cassa di risonanza è globale e riesce a entrare nelle case di tutti, stimolando ogni forma di paura e non solo quella della morte”, prosegue il dottor Caruso. Tutti ci sentiamo in qualche modo intaccati, “sono le nostre certezze a cadere, i nostri timori più intimi e personali a emergere. Questa nuova forma di terrorismo contribuisce a creare una sorta di intolleranza allo stress, alle frustrazioni e aumenta l’ostilità verso ciò che è straniero, sconosciuto ed estraneo”.
Dopo l’attentato di Manchester durante il concerto di Ariana Grande - dopo il capodanno di sangue al Reina di Istanbul e la mattanza parigina del Bataclan durante lo spettacolo degli Eagles of Death Metal -  e gli oltre mille feriti di Piazza San Carlo a Torino, il Modena Park di Vasco Rossi del primo luglio è finito nella lista degli ‘eventi sensibili europei’, per i quali l’attenzione sarà massima. “Sono attese oltre 200mila persone provenienti da ogni parte d’Italia occorre adottare tutte le misure di sicurezza necessarie e non abbassare la guardia”.
Dottor Caruso come si innesca il panico nella folla?
“A Torino è bastata una ringhiera. Questo dimostra che il terrore è sempre più nella comunicazione, nel nostro pensiero. Si è creato un vero e proprio dramma emotivo collettivo, uno svuotamento interiore… si assiste a un progressivo cedimento delle proprie certezze, dell’equilibrio su cui si regge  il vivere quotidiano. Le immagini di morte e di terrore che si rincorrono in televisione e on line contribuiscono a creare questo clima generalizzato di terrore e allora basta un rumore fortissimo per scatenare il caos. E’ come se assistessimo quotidianamente a una sorta di contaminazione virale del terrore: di fronte all’immagine della morte o nell’attimo in cui viene consumato il dramma di un attentato, lo spettatore subisce un condizionamento psicologico capace di inibirne le capacità di ragionamento. E’ questa la forza più grande del terrorismo: generare una suggestione emotiva di tale portata e potenza da riuscire a non far più ragionare. La folla sente un rumore e il caos diventa totale: tutti fuggono, l’uno sopra all’altro, senza pensare che la persona che stai calpestando potrà morire. Mors tua vita mea (La tua morte è la mia vita), dicevano i latini”.
L’Italia sinora è stata risparmiata: merito della nostra intelligence?
“Abbiamo alle spalle una grande esperienza in fatto di terrorismo, basti pensare agli Anni di piombo, un periodo nero nella storia del nostro Paese e, di conseguenza, possiamo vantare un servizio di intelligence all’altezza. Siamo reduci dal G7 dove tutto è andato bene: la ricetta utilizzata a Taormina è buona, un modello di sicurezza ormai collaudato. Come ha sottolineato il ministro degli Interni Marco Minniti, Taormina rappresenta una grande vittoria, frutto del perfetto coordinamento tra tutti i servizi di sicurezza e dello scambio di informazione tra i nostri servizi di intelligence e quelli dei paesi interessati. I nostri servizi continuano a lavorare bene: non abbiamo da invidiare nulla a nessuno, ma dobbiamo tenere la guardia molto alta. Non dimentichiamo infatti che spesso si ha a che fare con lupi solitari. Sul fronte terrorismo si lotta contro un nemico invisibile: non abbiamo un esercito di fronte a noi da poter combattere con tutte le armi che abbiamo a disposizione. Un nemico di cui è difficile prevedere le azioni! Non si può prevedere tutto: stare allerta è un imperativo che tutti i servizi di sicurezza e di intelligence devonos mantenere di questi tempi”.
Jessica Bianchi

 


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