Iscriviti alla newsletter

Sfoglia il giornale ovunque tu sia e in qualsiasi momento, iscriviti alla newsletter per ricevere ogni settimana Tempo sulla tua e-mail.

×
“Il suicidio, nella vita reale, non ha mai un senso”
Carpi | 08 Settembre 2017

Perché Hannah Baker, brillante studentessa, si è tolta la vita? A questo inquietante interrogativo cerca di rispondere Tredici  - 13 Reasons Why, la serie tv che sta letteralmente spaccando l’opinione pubblica. La storia di Hannah, presa, amata, abbandonata, spiata, bullizzata, è dura. Cruda. Un pugno allo stomaco. Nessuno sconto rispetto alla giovane età dei protagonisti. Nessuna indulgenza. Non c’è spazio per il perdono in questa serie: dopo il suicidio della ragazza alcuni compagni da lei selezionati ricevono delle audiocassette che contengono la spiegazione del suo gesto estremo. Le tredici ragioni di Hannah appunto. Quali sono le loro responsabilità? Il suo gesto potrà cambiare qualcosa? Episodio dopo episodio ci si addentra nel mondo di questa adolescente, stretta in una trappola psicologica che non le lascerà scampo. Ma parlare di suicidio giovanile è controproducente? Il suicidio può costituire una vendetta per chi resta? A rispondere è lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo.

La serie ha scatenato numerose polemiche. Crede che parlare di suicidio possa in qualche modo provocare un pericoloso Effetto Werther o, al contrario, può rappresentare un’occasione di riflessione sul disagio giovanile?

“La discriminante è sempre il modo in cui se ne parla. Tredici, per come è stata strutturata è una grande celebrazione del suicidio e, in quanto tale, opinabile. Io sono assolutamente favorevole ad affrontare il tema del suicidio coi ragazzi ma il messaggio che passa in Tredici è che questo gesto estremo abbia qualcosa di attraente in quanto strumento di vendetta nei confronti di chi resta: un messaggio completamente distorto. Inoltre, nella serie non viene mai menzionata la depressione, disturbo psichiatrico che può, di fatto, innalzare il rischio di suicidio e, allo stesso tempo, la figura del consulente psicologico scolastico è talmente negativa da disincentivare i ragazzi a chiedere aiuto. La serie veicola quindi una serie di messaggi pericolosi che necessitano, per una visione corretta, della mediazione di un adulto o di un esperto”.

A concorrere alla scelta della protagonista, Hannah, vi sono atti di bullismo, molestie e violenza sessuale perpetrati da alcuni coetanei. Quanto questi comportamenti devianti possono compromettere la salute psicologica delle vittime?

“In realtà, capitolo stupro a parte, i bulli descritti e mostrati in Tredici non sono così cattivi da giustificare il malessere di Hannah. Dalla serie emerge con prepotenza quanto il male sia banale: i protagonisti spesso non agiscono con l’intenzione di nuocere. Conducono vite normali. Non sono spietati. Un po’ come diceva Primo Levi: I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni…  Veicolare il messaggio che il male si nasconde ovunque, nelle pieghe della normalità, e che questo possa condurre a gesti estremi può essere fuorviante ecco perché diventa necessario l’intervento di uno specialista per ridare il giusto peso alle cose. E poi vorrei sottolineare nuovamente come il suicidio, statistiche alla mano, sia perlopiù collegato a un disturbo di carattere psichiatrico: difficilmente un gesto tanto radicale può essere riconducibile o correlato a un episodio di bullismo. La celebrazione del suicidio come vendetta, nonché strumento per generare forti sensi di colpa in chi rimane, è assolutamente esecrabile. Il suicidio, nella vita reale, non ha mai un senso”.

A colpire nella serie è la totale trasparenza dei genitori. Figure completamente assenti o incapaci di intrattenere una relazione empatica coi propri figli. Quanto sono importanti le figure genitoriali per intercettare eventuali campanelli di allarme?

“I genitori rivestono un ruolo fondamentale e nella serie sono assolutamente trasparenti o, meglio ancora, annebbiati da altro. Distratti. La tecnologia sta letteralmente annullando gli adulti, forse ancor più degli adolescenti, e certamente ciò contribuisce ad aumentare le distanze. Molti genitori non hanno tempo di osservare i propri figli, poiché nei momenti di pausa hanno in mano il cellulare, il quale è diventato l’anti stress, l’anti noia per antonomasia. L’uso errato della tecnologia toglie momenti di socializzazione con i figli e questa è una tendenza che non può essere in alcun modo sottovalutata”.

Tra i giovanissimi sono in preoccupante aumento atti autolesionistici e depressioni. Quali le cause?

“Non esiste una spiegazione univoca: molti ragazzi, ad esempio, si tagliano o si provocano un dolore fisico per controllare o perlomeno interrompere una sofferenza mentale che considerano insostenibile; altri ricorrono all’autolesionismo per sentirsi vivi… In quest’era digitale, i ragazzi non vivono più il loro corpo, non lo sentono… ai genitori spetta dunque il fondamentale compito di radicarli nel qui e ora, di calarli nella realtà. Purtroppo spesso noi adulti siamo meno radicati di loro… e questo è allarmante. Come fai a capire tuo figlio se non intrattieni con lui un dialogo e se, persino dentro casa, ci si limita a comunicare tramite WhatsApp?”.

Alla pioggia di polemiche che si è abbattuta sulla serie si sono affiancati i pareri entusiasti di numerosi insegnanti: sono in molti a chiedere di poter mostrare in classe gli episodi per affrontare tematiche delicate e spesso considerate un tabù. Pensa che una serie Tv che parla il linguaggio dei giovani possa essere uno strumento di discussione utile?

“Parlare di questi temi a scuola ha un senso solo se i ragazzi possono confrontarsi e lavorare insieme a un esperto capace di introdurre la serie e offrire la giusta chiave di lettura. Molti giovani avranno già guardato Tredici: ripresentarla loro nel giusto modo, mettendone in evidenza i punti deboli e i messaggi errati è fondamentale affinché possano comprenderla nel modo corretto. L’effetto emulazione infatti non è certo legato alla semplice visione di un film o alla lettura di un articolo, a fare la differenza è come un certo tema viene percepito e memorizzato”. 

Per ulteriori informazioni potete consultare il sito www.dipendenze.com.

Jessica Bianchi


Ultime notizie

Scarica l'App
Il giornale
in edicola
Sfoglia il giornale
Rubriche del Tempo
Altre notizie